Gli esperti sono concordi: la forza mentale delle generazioni degli anni 70-80 è spesso sottovalutata e questo può portare a una minore resilienza nei giovani
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Gli esperti sono concordi: la forza mentale delle generazioni degli anni 70-80 è spesso sottovalutata e questo può portare a una minore resilienza nei giovani

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- 24 Febbraio 2026

Un gruppo di amici si incontra dopo cena, le sedie scricchiolano mentre il tempo scorre lento. Lo sguardo cade su chi sa raccontare storie di problemi risolti con gesti semplici, senza l’aiuto di uno schermo luminoso. La mente corre agli anni in cui il coraggio non si annunciava, ma nasceva dal quotidiano. Oggi, secondo gli esperti, quelle forze mentali sviluppate tra gli anni ’70 e ’80 rischiano di essere trascurate, lasciando un vuoto dove un tempo si costruiva resilienza.

Resilienza nell’ordinario: una lezione silenziosa

C’era un tempo in cui affrontare un conflitto non passava per un messaggio, ma per uno sguardo e poche parole misurate. Questo coraggio psicologico si affinava ogni volta che bisognava risolvere una discussione a scuola, in famiglia o tra amici. La capacità di leggere il linguaggio del corpo, di gestire una tensione senza escamotage digitali, diventava punto di forza.

Le relazioni crescevano su una base stabile perché l’onestà era una scelta naturale, non un argomento di analisi. Queste abitudini si traducevano in un’autonomia che rinforzava il carattere più di quanto si immagini oggi.

Emozioni e logica: l’equilibrio dimenticato

La decisione, allora, aveva spesso il suono delle monete contate o dell’attesa di una risposta. Le emozioni non venivano ignorate, ma tenute in equilibrio con la logica. Affrontare una responsabilità richiedeva la calma di capire prima di agire, senza essere sommersi dal bisogno di una risposta immediata.

Oggi questo distacco emotivo è meno spontaneo. Nei momenti di difficoltà, le generazioni precedenti avevano già elaborato un modo concreto per fare spazio alla logica, senza rinunciare all’umanità.

La pazienza costruisce forza

Aspettare il proprio turno, sopportare la noia di una giornata di pioggia o la fatica di una strada in salita erano occasioni silenziose di crescita. La tolleranza all’inconfort nasceva dalla necessità di arrangiarsi e superare i piccoli ostacoli di ogni giorno.

Non c’era abbreviazione che potesse cambiare la regola delle cose: la resilienza si allenava senza che nessuno lo insegnasse. Oggi la ricerca di comfort può rendere difficile accettare il disagio, lasciando meno spazio all’adattamento.

Il valore dell’agire personale

Credere di poter davvero fare la differenza nella propria giornata era un atteggiamento diffuso. Le generazioni degli anni ’70 e ’80 hanno sviluppato una fiducia nell’efficacia personale testando i propri limiti, spesso senza conferme esterne.

Muoversi contando sulle proprie forze, accettando anche l’errore, forgiava una padronanza delle situazioni difficilmente scalfibile dalle incertezze. Questo senso di controllo diretto appare meno presente dove tutto sembra dipendere da fattori esterni.

Dare valore all’attesa

L’attesa era inevitabile: la risposta arrivava per posta, la musica suonava da una cassetta che si riavvolgeva lentamente, la gratificazione appariva solo dopo sforzi e rinunce. Questa autodisciplina creava una struttura interiore solida, dove la fretta non trovava casa.

Oggi la facilità di accesso alle gratificazioni immediate può togliere valore al percorso. Riscoprire quanto sia prezioso il tempo tra desiderio e risultato significa ritrovare la capacità di perseverare.

Allenare la mente ai problemi reali

Che si trattasse di aggiustare un oggetto rotto o superare una giornata difficile, nelle generazioni passate la risoluzione concreta dei problemi era parte del bagaglio quotidiano. L’autonomia, più che un concetto, era una pratica.

Le esperienze tangibili consolidavano la certezza di poter affrontare l’imprevisto. Spesso oggi questa robustezza si riduce, protetta dai progressi tecnologici, ma proprio la frizione con la realtà permette di rafforzare mente e adattabilità.

Mantenere l’attenzione, sfidando le distrazioni

Un libro letto senza aggiornamenti, una conversazione ininterrotta, un compito portato avanti dall’inizio alla fine: sono immagini che descrivono la concentrazione prolungata. In passato l’attenzione si addestrava tra poche alternative, senza rifugiarsi in stimoli continui.

L’abitudine a restare presenti ha aiutato a vivere i momenti con maggiore profondità. Oggi, tra notifiche e interruzioni, la mente fatica a trovare la stessa quiete.

Apprezzare il “sufficiente”

Pochi oggetti, poche pretese, spesso una sola occasione davvero attesa. Consentirsi la soddisfazione di ciò che è “abbastanza” era un dato di fatto, non una rinuncia. In questo spazio sobrio, il benessere si coltivava con la semplicità.

La cultura attuale tende a spingere sempre verso il “di più”, portando insoddisfazione e confronto costante. Riscoprire la forza dell’accettazione è oggi quasi un atto rivoluzionario.

Oltre il progresso: il valore della lentezza

La crescita interiore non segue la velocità degli sviluppi tecnologici. Se la resilienza delle generazioni precedenti sembra meno visibile oggi, non è certo scomparsa. Adattare il proprio ritmo, rallentare e riattivare consapevolmente queste forze mentali può ancora offrire una difesa efficace contro le incertezze e la pressione del presente.

In una società che premia la rapidità e il risultato immediato, il vero progresso resta quello che avviene nella mente. Una forza spesso silenziosa, ma oggi più che mai necessaria.

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Giornalista freelance con una passione per la scrittura e la ricerca, amo esplorare temi diversi e condividere storie che possano informare e ispirare i lettori. Dopo anni di collaborazioni con diverse testate locali, ho deciso di dedicarmi alla creazione di contenuti indipendenti per poter esprimere la mia curiosità verso il mondo che ci circonda.